USB Massa su lavoro e ambiente


Diffondiamo il comunicato di Unione Sindacale di Base – Massa che esprime una posizione che condividiamo pienamente e ci auguriamo possa essere occasione di un reale processo di ricomposizione tra tutela del lavoro e tutela ambientale che oggi, di fronte all’urgenza della crisi climatica, sociale ed economica, è più necessaria che mai.

TUTELA DELL’AMBIENTE È OCCASIONE PER CREARE NUOVO LAVORO

Critichiamo aspramente le dichiarazioni di CGIL Lucca su #PIP, #cave e nuove norme di tutela ambientale, che, secondo i confederali, metterebbero a rischio posti di lavoro a causa della chiusura di alcuni siti estrattivi. Ci dicano semmai le imprese perché i loro #profitti milionari continuano a crescere a fronte di una continua diminuzione dei posti di #lavoro e che ripercussioni hanno queste dinamiche sulla #sicurezza dei lavoratori; quanta occupazione si potrebbe creare se la ricchezza non fosse concentrata nelle mani di pochi, ma i soldi fossero utilizzati per creare lavoro, per la messa in sicurezza, per la tutela ambientale e il ripristino di un territorio devastato da anni di estrazione selvaggia.

Negli ultimi 50 anni i volumi estratti sono aumentati vertiginosamente e sono quindi aumentati i profitti delle aziende: tra gli anni ‘80 e i 2000 si è estratto più marmo che nei precedenti 2mila anni. Ai posti di lavoro è successo il contrario: da 20mila lavoratori di inizio secolo si è passati ai 700 di oggi. Questo non per l’introduzione di forme di tutela ambientale, ma per il progresso tecnologico, che, invece di essere messo a servizio della riduzione di rischi per le persone e per l’ambiente, è occasione di sostituzione della manodopera e abbattimento dei costi di produzione.

Il lavoro in cava è dominato dalle macchine, più di 1.5 a persona, mentre si continua a morire e a subire brutti infortuni: #INAIL conta 7 morti nel comparto estrattivo nell’ultimo quinquennio. Troppe le delocalizzazioni in paesi con manodopera a basso costo a discapito dell’indotto. I blocchi sono immediatamente diretti in Cina o Medio Oriente e i detriti pronti per essere polverizzati da #Omya. I diritti sul lavoro in cava sono sprofondati. Addio alle conquiste sindacali di Alberto Meschi, che a inizio ‘900 otteneva le 6.5 ore a parità di salario; oggi lo straordinario del sabato è diventato quasi un obbligo, lo straordinario feriale è una normalità e si raggiungono facilmente le 12 ore, sotto il sole cocente o con il freddo pungente.

Sebbene l’estrazione di materie prime riguardi la storia dell’umanità da secoli, ciò che succede quando l’estrazione di risorse si combina al #capitalismo è l’ #estrattivismo: un sistema che arricchisce pochissimə, condannando persone e territori. A questo ci opponiamo come sindacato in difesa della comunità e dellə lavoratorə.

Per troppo tempo, guardando le montagne, si è puntato il dito contro i #cavatori, addossando loro la colpa di quel danno. È il momento di chiarire che non sono i cavatori a decidere quanto e come estrarre, a condannare un territorio, ma i grandi industriali che si credono #padroni di una terra che non gli appartiene. Chi sarà domani lə prossimə licenziatə, sostituitə da una macchina o vittime di delocalizzazione? Quale futuro ci aspetta se continuiamo a delegare l’amministrazione dei beni comuni a coloro che hanno come unico interesse quello di aumentare il proprio #capitale aziendale?

È fondamentale, inoltre, aprire un dibattito con lavoratorə e #amministrazioni affinché i fondi pubblici vengano investiti su lavoro e ambiente come due aspetti in sinergia. Dobbiamo ricomporre due lotte apparentemente lontane. Oggi l’Europa e gli Stati stanno investendo risorse per la riconversione ecologica. Tuttavia, ciò avviene all’interno di un sistema plasmato dall’economia capitalista, trasformando una riconversione per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni in un piano economico in difesa dei profitti aziendali. Gli enti pubblici sono trasformati in erogatori di bandi per servizi e appalti, delegando la gestione del bene comune ai soggetti privati, quando invece sarebbe possibile creare posti di lavoro pubblici per la tutela e la cura del #territorio.

Unione sindacale di Base – Massa. 23 Febbraio 2022, in replica alle dichiarazioni di Fillea CGIL su tutela ambientale e lavoro nel comparto estrattivo di Massa Carrara

English version

We spread the press release of the Local Labour Union “Unione Sindacale di Base – Massa” expressing a position that we fully share and we hope to be an opportunity for a real process of recomposition between labor protection and environmental protection which today, facing the urgency of climate, social and economic crisis, it is more necessary than ever.

ENVIRONMENTAL PROTECTION IS AN OPPORTUNITY TO CREATE NEW JOB

We harshly criticize the declarations of CGIL Lucca regarding new environmental protection regulations that Tuscany is about to release, which, according to the Confederate Unions, would put jobs at risk due to the closure of some mining sites. Let, instead, the corporates tell us why their millionaire profits continue to grow regardless of a continuous decrease in jobs and what kind of repercussions these dynamics have on workers’ safety; how many jobs could be created if wealth were not concentrated in the hands of a few and if the money were used to create jobs, for safety, for environmental protection and the restoration of a territory devastated by years of exploitation of marble quarries.

In the last 50 years, the volumes extracted have dramatically increased and therefore, the profits of companies: between the 1980s and 2000s more marble was extracted than in the previous 2 thousand years. The opposite has happened to jobs: from 20 thousand workers at the beginning of the century to 700 today. This is not due to the introduction of forms of environmental protection, but for technological progress, which, instead of being used as a risk reduction for people and the environment, became an opportunity to replace manpower and reduce costs of production.

Quarry work is dominated by machines, more than 1.5 per person, while people continue to die and suffer bad injuries: INAIL (Italian institution for jobs injuries) counts 7 deaths in the mining sector in the last five years. Too many relocations to countries with low-cost labor at the expense of short supply chain jobs. Blocks are immediately directed to China or the Middle East and the discard ready to be pulverized by Omya. Quarry work rights have collapsed. Farewell to the trade union victories by Alberto Meschi, who at the beginning of the 1900s obtained 6.5 hours per day at same salary; today Saturday overtime has become kind of an obligation, working overtime is normality and you can easily reach 12 h per day, under the scorching sun or with bitter cold.

Although the extraction of raw materials has regarded the history of humanity for centuries, what happens when the extraction of resources is combined with capitalism becomes a predatory system that enriches very little, condemning people and territories. We oppose this as a union in defense of the community and the workers.

For too long, looking at the mountains, the finger was pointed at the quarrymen, blaming them for that damage. It is time to clarify that it is not the quarrymen who decide how much and how to extract, who condemn a territory, it is indeed industrialists who believe themselves as owners of a land that does not belong to them. Who will be the next getting fired tomorrow, replaced by a machine or victim of production relocation? What future awaits us if we continue delegating the administration of common goods to those who have the sole interest of increasing their capital?

It is essential to open a debate with workers and administrations so that public funds are invested in jobs and the environment as two synergic aspects. We have to recompose two apparently distant struggles. Today Europe and the states are investing resources for ecological reconversion. However, this happens within a system shaped by the capitalist economy, transforming a conversion to reduce the environmental impact of production into an economic plan in defense of corporate profits. Public institutions are transformed into providers of public calls for services and contracts, delegating the management of the common good to privates, in place of making it possible to create public jobs for the protection and care of the territory.

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