Sindacato, ambiente e lavoro: costruiamo il futuro

Pubblichiamo il resoconto dell’iniziativa tenutasi a Massa il 12 Dicembre scorso, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede della Unione Sindacale di Base – Massa, in Piazza Aranci.

Oggi per la prima volta il pubblico sta investendo risorse per consentire una riconversione ecologica. Tuttavia, ciò sta avvenendo all’interno dei rapporti di forza che si sono costituiti nell’ambito di un sistema plasmato dall’economia capitalista, trasformando quella che dovrebbe essere una riconversione per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni, in un piano economico in difesa dei profitti aziendali. Risulta quindi necessario, oggi più che mai, aprire un dibattito che ci consenta di concretizzare un futuro in cui realmente i fondi pubblici vengano investiti per la tutela dell’ambiente, garantendo allo stesso tempo reddito e lavoro per tutte e tutti. Dobbiamo essere in grado di ricomporre queste due lotte apparentemente lontane.

Bisogna riportare al centro l’interesse pubblico. Le scelte sulla riconversione ecologica ad oggi sono fatte sulla base dei tassi di crescita delle aziende e dai mercati, svuotando del suo ruolo il decisore pubblico. Gli enti pubblici si sono trasformati in erogatori di bandi per servizi e appalti, delegando la gestione del bene comune ai soggetti privati: gli effetti di questo tipo di gestione non possono che essere disastrosi per la tutela dei territori e di chi li vive. Un esempio lampante è quello del prezzo delle bollette che schizzano alle stelle per ammortare i costi dei grandi produttori di energia, mentre questi attuano una riconversione che non ha niente a che vedere con la tutela dell’ambiente ma solo con l’ottimizzazione di costi e sfruttamento di risorse.

Questo succede anche sul nostro territorio.

Per questo motivo è necessario opporsi all’estrattivismo, non all’estrazione. L’estrazione di materie prime riguarda la storia dell’umanità e da essa dipende la vita dell’essere umano da secoli. L’estrattivismo è invece ciò che succede quando l’estrazione di risorse si combina al capitalismo più sfrenato. Spiegare questo fenomeno può risultare complesso ma alcuni dati ci fanno da guida per semplificarne il senso. Prendiamo i due dati più importanti per valutare l’estrattivismo sul territorio apuano: il quantitativo di marmo estratto e l’impatto sull’economia locale, in particolare sull’occupazione. Se osserviamo quello che è successo durante i secoli fino ad arrivare ai nostri giorni, noteremo che negli ultimi 50 anni qualcosa è drasticamente cambiato: il quantitativo estratto è aumentato vertiginosamente e di conseguenza sono aumentati ugualmente i profitti delle aziende estrattive; basti pensare che tra gli anni ‘80 e i ‘2000 si è estratto più marmo che nei precedenti duemila anni. Verrebbe da pensare che nello stesso periodo sia aumentato anche l’impatto positivo sulle comunità, almeno dal punto di vista dell’occupazione e della ricchezza diffusa. Ebbene non è così ma l’esatto contrario.

I posti di lavoro si sono ridotti drasticamente e con la stessa velocità con cui aumentavano i profitti delle imprese. Il lavoro in cava è dominato dalle macchine, più di una e mezzo a persona nel complesso, ma si continua a morire e a subire brutti infortuni. Tutto ciò che poteva essere delocalizzato è stato portato in paesi con manodopera a basso costo e per questo anche l’indotto è in costante caduta nel nostro territorio. Ormai si estraggono blocchi immediatamente diretti ai porti dell’Arabia Saudita oppure detriti pronti per essere polverizzati dall’Omya. Persino i diritti sul lavoro dei pochi cavatori rimasti (dai 20.000 di inizio secolo ai circa 700 attuali) che ancora lavorano in cava sono sprofondati. Basti pensare alle grandi conquiste sindacali di Alberto Meschi che nei primi decenni del ‘900 aveva conquistato le 6 ore e mezza di lavoro a parità di salario. Oggi si lavora invece anche più di 12 ore, sotto il sole cocente o il freddo aguzzo.

Ma c’è chi se la passa anche peggio: ci sono le decine di migliaia di posti di lavoro cancellati da questa organizzazione del sistema estrattivo, in un territorio con un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti in Toscana e in Italia, dove i ragazzi crescono in un ambiente sociale in cui non si costruiscono spazi dedicati a loro e all’arte e alla cultura, sono stati tolti i finanziamenti pubblici perché quei soldi dovevano essere usati per opere come la Strada dei Marmi o per rimediare ai danni ambientali che un’estrazione così massiva ha provocato.

Tutto questo si chiama estrattivismo ed è un sistema che arricchisce a dismisura pochissimi proprietari e grandi industriali, condannando la stragrande maggioranza del popolo che vive questo territorio.

E poi, certo, c’è l’ambiente. L’ambiente che tutti abitiamo, c’è l’acqua che beviamo, le montagne su cui ci arrampichiamo e che tutti ci invidiano. Non esiste modo di cavar marmo che non crei un danno all’ambiente, questo è scontato. Ma se la ricchezza che proviene dal marmo fosse distribuita sul territorio, e non privatizzata in pochissime mani, basterebbe estrarne una percentuale esigua per dare lavoro a molte più persone e limitare tantissimo il danno ambientale che è anche sociale ed economico.

Per troppo tempo, guardando le montagne e vedendole cambiare, perdere pezzi e diventare irriconoscibili si è puntato il dito contro ai cavatori addossandogli la colpa di quel danno. E’ il momento di rendere chiaro che non sono stati i cavatori a decidere quanto e come estrarre, che non sono i cavatori a condannare un territorio ma i grandi industriali che si comportano come da padroni di una terra che non gli appartiene.

E’ il momento di prendere coscienza e posizione. Non farlo può forse risultare comodo oggi ma domani il prossimo licenziato, sostituito da una macchina o il cui lavoro è stato delocalizzato potrebbe essere chiunque. Non ha senso lasciare che siano i soliti noti a decidere sul futuro di tutti. Sono le popolazioni che vivono e lavorano su questo territorio che dovrebbero prendere le decisioni che determineranno il futuro di questa terra e il benessere di tutti e tutte.

Quale futuro ci aspetta se continueremo a delegare l’amministrazione dei beni comuni a coloro che hanno come unico interesse quello di aumentare il proprio capitale aziendale?

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