FAVOLE DA QUESTA REALTA’

#1 Sempre allegri bisogna stare

Nonno Sagro e Nonna Tambura fecero sedere nipotini e nipotine davanti alla fiamma del camino e cominciarono a raccontare.

Sembrerà incredibile ma vi giuriamo che c’era una volta un luogo in cui tutti sapevano la verità ma nessuno la diceva! Forse perché faceva troppo male, o forse perché avrebbe fatto troppo bene. Sicuramente avrebbe fatto saltare il banco a chi il banco lo teneva. Per questi signori la verità era scomoda, creava un sacco di grane. Vi immaginate? Si sarebbe dovuto parlare dei morti sul lavoro. Gli ennesimi, i continui morti sul lavoro. Sarebbe stato triste, doloroso, da far arrabbiare e piangere tutti. E invece no! Meglio non soffermarsi troppo sulla triste verità. “Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. Allora, pur di non parlare di cose tristi, si parlava d’altro.

Di televisione, ad esempio! Si parlava di una serie tv su uno storico canale di alta cultura come Dmax; gli assessori erano infuriati perché gli astuti versiliesi – grandi strateghi del mondo dello spettacolo – avevano rubato ai carrarini sonnacchiosi il set cinematografico del grande cult “Uomini di pietra”. Per riparare a questa grave perdita rilanciavano invocando maggiore sinergia tra imprese, istituzioni e, perché no, registi e ballerini! Questo sì che avrebbe fatto grande il nostro territorio, avrebbe eliminato la disoccupazione giovanile, fermato quel noiosissimo sistema di subappalti dove i lavori alla fine li vince chi chiede meno soldi e offre meno sicurezza. A questo punto la verità avrebbe detto che anche l’ultimo ragazzo morto stava facendo un lavoro di smaltimento che era già al terzo subappalto. Ma… “sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al Re… fa male al ricco…na na na na”

E allora per cambiare discorso si parlava di moda. Una fantastica collezione di vestiti fatti con la polvere di marmo! La straordinaria idea di una nuova economia, forte delle mirabolanti e sconosciute caratteristiche di questo materiale in grado di inventare un tessuto del tutto nuovo: antivento, impermeabile, morbido! In realtà tutti lo sapevano che la polvere di marmo rende impermeabile tutto ciò che tocca. Almeno tutti quelli che avevano vissuto sulla propria pelle le otto alluvioni degli ultimi venti anni. O quelli che si preoccupavano del soffocamento di ogni forma di vita nei torrenti causa cementificazione da marmettola. Ma queste erano storie tristi. Dmax non ci aveva fatto nemmeno una puntata.


#2 Greenwashing! Artwashing! Lav e arlav ma armanen lozzi.

Nonno Sagro e Nonna Tambura continuarono nel loro racconto a nipotini e nipotine davanti alla fiamma del camino…

Dunque, dicevamo che in quel posto la verità non la voleva nessuno. Bisognava distrarsi, parlare d’altro, di cose leggere. Come quel detto alla moda, giovanile: CoseBelle.

E di cose belle ce n’erano tantissime in quel posto. C’erano le Fondazioni! Fondazioni bravissime, generosissime, piene di buoni sentimenti che donavano a destra e a manca (ma a manca un po’ di meno), perché sapevano che era meglio “restituire parte del valore creato” al territorio. Un po’ come quando c’erano gli imperatori che avevano tutto loro, comandavano loro, si arricchivano loro, ma qualcosa alla gente dovevano pur dare, oltre alle mazzate sui denti: un colosseo, due gladiatori, qualche tonnellata di grano qua e là.

“Se distruggendo il territorio e l’ecosistema che ci ospita fatturo milioni di euro, vuoi che non ti dono un po’ di computer? Se la sanità pubblica è a pezzi perché la privatizzazione l’ha smantellata, vuoi che io, privato multimilionario, non colgo l’occasione di farmi nobile cavaliere? Se polverizzando le montagne faccio soldi a palate vuoi che non finanzio un bella conferenzina sull’arte del riciclo?”

E così, in un simpatico controsenso, regalavano borracce ai bimbi dicendo che le bottiglie di plastica inquinavano troppo, mentre la loro attività industriale inquinava l’acqua con la quale i bimbi le riempivano.

“Eh, ma se non ci fossero loro!”, dicevano i fans in coro.

La verità, musona e acida, avrebbe detto che se non ci fossero stati loro sarebbe stato meglio. Che le Fondazioni tante volte servono a lavarsi la coscienza e la fedina, per lo più a tassazione agevolata. Avrebbe detto che se la Beretta, per dirne una non autoctona, non avesse prodotto e venduto armi in tutto il mondo, avrebbe fatto molto più bene all’umanità di quanto non possa fare la sua fondazione “per lo studio e la cura dei tumori”. Avrebbe detto che se le aziende della FondazioneMarmo, per dirne una locale, avessero smesso di distruggere l’ambiente privando le future generazioni di un futuro sano, avrebbero fatto molto più bene che donando alle scuole (magari solo a quelle in cui andavano i figli dei soci ) mascherine usa e getta di polipropilene, inquinati e difficilissime da smaltire (che per altro le scuole hanno già in dotazione dal Ministero).

La verità era convinta che bisognava farsi due domandine in più: si, la parola “fondazione” è bella, pare nobile; ma dato che si occupa di soldi di qualcuno, tocca chiedersi perché c’è chi ne ha così tanti, ma così tanti, che tutti gli altri, persino il pubblico, si ritrovano a dipendere da lui. E magari tocca chiedersi anche perché quel qualcuno spende così parte di quei soldi.

“Eh, ma le domande son pese. Prendi le briciole e stai zitto, no? C’è anche il bollino verde sull’escavatore adesso!”

In fondo è un po’ come il trucco: puoi levarti le rughe, farti uno sguardo più profondo, allargare il sorriso e addolcire i lineamenti, ma poi davanti allo specchio resti quello che eri prima di truccarti.

Si, la verità è scomoda, antipatica, dice cose fastidiose, per niente belle.


#3 Confindustria is running! noà arent a s’ciopan!

Nonno Sagro e Nonna Tambura sistemarono un nuovo ciocco nel fuoco perché quando cala la sera il freddo aumenta e loro sapevano che le storie vanno calde, altrimenti poi succede che il gelo le penetra e non te lo levi più di dosso.

“Ma quindi – chiese un nipotino – tutti erano contenti?”
“No, ma ti ricordi? Sempre allegri bisogna stare…” canticchiò nonno Sagro.
“Ma qual era la verità?” si spazientì una nipotina.
“La verità – sorrise nonna Tambura – è che mi fanno male le ossa, e che anche questa settimana ho perso un altro pezzo, la verità è che il tempo corre e le storie ci allenano a tenere il suo passo”. E continuò…

Per fortuna anche in quella terra c’era Confindustria. Confindustria era fantastica perché anche lei raccontava storie, ma per decidere il passo del tempo: riusciva a dire cose terribili come se fossero bellissime, e le raccontava talmente bene che nessuno riusciva a capire se ne era consapevole o se erano strafalcioni.

Diceva che le Apuane non sono devastate perché solo il 2% è stato effettivamente distrutto; un po’ come dire che il mio organismo è sano perché sì, ho un tumore, ma per ora è circoscritto al testicolo destro.

Oppure, replicando ad accuse piuttosto fondate, gridava con forza che non l’85% ma solo il 30% delle cave non hanno le certificazioni ambientali e di sicurezza! Un po’ come a dire che se evado “solo” il 30% delle tasse nessuno può dirmi niente, anzi, è un grande risultato! Inchiniamoci a questi signori, così leali e misurati!

Confindustria comprava pagine di giornali per raccontare le sue storie, considerava un valore far sapere a tutti che grazie alle moderne tecnologie oggi le montagne diventavano detriti solo al 75%, magari all’80%! Vabbé in certi casi anche al 90%, ma erano comunque grandi risultati da far sapere al mondo! 

Certo, non diceva che il mercato degli scarti era ormai diventato una parte importantissima dello sfruttamento delle montagne e che quindi distruggere a casaccio voleva dire fare un sacco di soldi. Quello sarebbe stato un po’ troppo, su!

Davanti a Confindustria la verità avrebbe detto solo una cosa molto semplice, perché non servivano tanti discorsi per capire l’animo e le intenzioni di questi personaggi: Confindustria è quella che a Bergamo il 28 febbraio scorso, “per tranquillizzare i partner stranieri rispetto al rischio Covid nelle aziende della zona”, lanciò lo spot “Bergamoisrunning”. 18 giorni dopo in quella città sfilavano camion militari pieni di bare.

Certamente Confindustria corre, corre forte… lei se lo mangia il tempo, il problema – direbbe la verità – è che e ‘ntant che lé al magn, noà arent a s’ciopan!


#4 Io speriamo che me la cava

I nipoti erano evidentemente sempre più tristi, ma Nonno Sagro, continuando, ricordava loro con fare dolce: “Lo so, è molto difficile, ma da quelle parti sempre, sempre allegri bisogna stare!”.

Mica pensare al mantra “produci-consuma-crepa”!

E meno male che in questo posto meraviglioso c’erano le istituzioni.
C’erano Comuni, come quello di Carrara, che gioioso cantava vittoria: finalmente con noi – scolpiva nel marmo – ambiente e sviluppo delle attività estrattive andranno di pari passo!

Non sapevano, o fingevano di non sapere, che era un po’ come ignorare le leggi della fisica, un po’ come dire di poter fare attaccare due poli uguali di due calamite; quella cosa che capisci di solito intorno ai due anni. Loro erano contenti: piani di controllo, regolamenti, trasparenza! “Una rivoluzione”, gridavano sporgendosi – un tantino troppo – dalle finestre del palazzo comunale.

Il popolo doveva essere allegro perché ci sarebbero stati:

  • costi più alti per le ricche imprese;
  • tracciabilità;
  • generica tutela dell’ambiente e delle acque (della serie: “dovete stare attenti, m’arcomando!”);
  • addirittura riduzione del tempo delle concessioni di cava (ovviamente salvo particolari meriti grazie ai quali la durata avrebbe potuto restare invariata).

Insomma, un piano meraviglioso per “cambiare tutto senza cambiare assolutamente niente” – avrebbe detto quella pignola della verità! Eppure, non ci crederete, era già troppo per i ricchi del paese. In un attimo una pioggia di ricorsi allagò il Comune: “come avete osato anche solo dire (perché nulla era stato fatto) che non possiamo fare tutto quello che vogliamo e come lo vogliamo?”, gridavano gli industriali seguiti dai migliori avvocati in circolazione.

Questi signori, ignorando cose evidenti a tutti da sempre ma che loro consideravano bestemmie come ad esempio i “beni comuni”, chiamavano in causa sacrosanti editti firmati da sovrani e contesse solo 270 anni fa (1751) che sancivano il possesso delle montagne ad una manciata di baroni. Di fronte a tanta rabbia il Comune tremava e, sommessamente, chiedeva scusa, dicendosi incredulo della reazione, anche perché quei regolamenti – diceva il vicesindaco con delega al marmo – “li abbiamo discussi con tutti i soggetti portatori di interesse”. Non è carino portarci in tribunale – dicevano dal Comune – lo sapete benissimo che sono solo parole, stavamo facendo un po’ di fumo, un po’ di colore, mica volevamo dirvi cosa fare, ci mancherebbe!

La verità, sempre più stanca, avrebbe ricordato loro che non proprio tutti i soggetti portatori di interesse erano stati ascoltati; che qualcuno gli aveva fatto notare che dire “tutela ambientale o idrica” o “sostenibilità ambientale dell’attività estrattiva” senza creare specifiche norme di riferimento era come non dire assolutamente nulla. Infatti anche la verità non capiva il grande baccano degli industriali: “almeno la pantomima ai politici va concessa” – pensava magnanima.

Avrebbe detto, ma era stufa di ripeterlo, che pensare ad un capitalismo estrattivo sostenibile e tutelante dell’ambiente significa aver perso il principio di realtà. Che i costi che quotidianamente ricadevano sulla comunità (quella vera) erano infinitamente maggiori dei benefici di cui godevano i pochi milionari del marmo. Che se la gente avesse davvero voluto, avrebbe fatto chiudere baracca e Barattini… Ops! Burattini per una semplice ed evidente ragione: la gente che pagava e non aveva nulla in cambio se non la storiella dello stare allegri era tanta, tantissima, e aveva sempre più fame, era sempre più con i piedi nella cacca; invece quelli che non rischiavano nulla, pretendevano allegria e riconoscenza mentre ingrassavano il portafoglio, erano pochi, pochissimi, e sempre gli stessi!


Athamanta, insieme a Nonno Sagro e Nonna Tambura

ringraziano tutte le artiste e tutti gli artisti che hanno collaborato con loro ispirandosi alle “Favole da questa realtà”.

In ordine di uscita si ringraziano:

Michele Ravenna, Camilla Gemignani, La Zecca-Tigre e Emanuele Giacopetti

Questi piccoli episodi, che hanno cercato di raccontare le assurdità che caratterizzano la quotidianità del nostro territorio, non sono che l’inizio di un percorso di collaborazione tra lotta politica in difesa delle Alpi Apuane e arte libera, contro tutto l’armamentario comunicativo iper-pagato che usa l’arte come copertura per la devastazione del nostro ecosistema.

Su questo ci saranno presto aggiornamenti!

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