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CARSICA

Tre giorni di socialità, attivismo e cura sulle alpi apuane

Carsica, come la montagna che ci ospiterà, come le Apuane tutte. Montagne come gruviere, attraversate da vene d’acqua che le innervano e le modellano. Vene che divengono sorgenti da cui ci abbeveriamo. Come l’acqua che dall’alto penetra in profondità portando con sé storie e elementi, arricchendosi e contaminandosi a seconda degli incontri.

Saliamo in alto per scendere in profondità e riemergere arricchitə.


La devastazione del territorio apuano è sempre più sotto gli occhi di tuttə. Il saccheggio incontrollato delle montagne, il loro essere ridotte a mere miniere per il profitto privato, è oggi tema largamente discusso e maggiormente compreso. Dal dissesto idrogeologico all’inquinamento delle acque, dal danno paesaggistico alle morti sul lavoro, questo settore mostra in modo emblematico gli effetti dell’estrattivismo sui territori e su chi li vive.

In questa fase storica cruciale per l’umanità siamo chiamatə a difendere quelle che sono le basi stesse della nostra vita. A difendere l’acqua che beviamo, il territorio che abitiamo, le comunità di cui siamo parte. Abbiamo bisogno di immaginare e costruire un mondo che metta al centro il vivente e non l’economia, la rigenerazione e non l’accumulazione. Partiamo dunque da noi, dai nostri corpi e dai territori che abitiamo per giungere ad affrontare tutti quei nodi che sono locali e globali insieme.

Incontriamoci sulle Alpi Apuane e costruiamo insieme tre giorni di confronto, di esperienza diretta e di scambio. Immaginiamo lo stare insieme in ambiente montano all’insegna dell’essenzialità e della coscienza dei luoghi che attraversiamo. Generiamo consapevolezza, diffondiamo conoscenza e pratichiamo un’alternativa reale e concreta al modello estrattivo imposto.

il programma

Venerdì 2 luglio

h.18.00 Tavola Rotonda
Lavoro – salute – ambiente: decostruire la narrazione dominante

Con questo momento di confronto che apre la tre giorni, ci immaginiamo di mettere in discussione la narrazione tossica che vuole descrivere e legittimare i danni su salute e ambiente come inevitabili per l’occupazione. Un ricatto che impedisce di riconoscerci tuttə come parti del vivente, come sfruttatə, come comunità unite, sineddoche di uno stesso territorio che si sta ammalando per l’interesse di pochissimi. I casi emblematici sono numerosissimi: quello apuano è solo uno di questi, ma basta citare l’Ilva di Taranto per avere un esempio di fama nazionale.

A partire dalle esperienze dei vari territori in lotta, vogliamo mettere in discussione e sfatare quella contraddizione tra lavoro, ambiente e salute che ci viene posta come “inevitabile”.

Vogliamo immaginare e praticare insieme alternative sostenibili a questo sistema di ricatto, rifiutare la centralità della crescita economica continua e illimitata e della tendenza all’accumulazione come uniche direttrici dell’organizzazione sociale e porre al centro la necessità di rigenerazione, riproduzione e cura.

Quali strumenti abbiamo per combattere questa battaglia, che è sociale, economica e culturale assieme? Quali risposte abbiamo prodotto nei territori che attraversiamo e quali altre è possibile immaginare?


Sabato 3 luglio

h. 9.00 Esplorazione!
Attraversiamo il territorio che ci accoglie, nelle sue bellezze e nelle sue ferite. Tocchiamo con mano, immergiamo lo sguardo, respiriamo a pieni polmoni.

h. 14.30 Tavola Rotonda 
Estrattivismo e le sue nuove frontiere: “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” e “Recovery Fund”

Riteniamo fondamentale analizzare da una prospettiva sistemica le lotte ambientaliste che si aprono nei territori. Questo sguardo ci sembra essenziale per cogliere, nei conflitti geograficamente situati, le espressioni di un sistema socio-economico ben definito. Inoltre, declinare il nesso locale-globale ci sembra sempre più cruciale per affrontare la crisi ecologica, climatica e sociale nella quale siamo immersə, trascendendo i confini amministrativi. 

Le storie di estrattivismo, i racconti delle economie di rapina che si sviluppano quotidianamente e che, giorno dopo giorno, mettono in ginocchio comunità e paesi in tutto il mondo, sono moltissime. Appare quindi necessario definire una lente attraverso la quale leggere i fenomeni dell’estrattivismo e provare a comprendere e discutere i contorni che le manovre post pandemiche e i piani di rilancio andranno a toccare per evidenziarne i nodi critici.

L’anno e mezzo appena trascorso è stato caratterizzato, in Italia come nel resto del pianeta, da una profonda crisi sanitaria, ecologica e sociale. In questo contesto, la principale risposta elaborata dall’Unione Europea è stata il Next Generation EU (NGEU), un piano di aiuti economici per il valore di 750 miliardi di euro, di cui 191 destinati all’Italia.

Il pericolo, che si sta già realizzando, è che le pressioni delle grandi aziende del fossile (ENI e Snam in testa), ma non solo, possano condizionare l’uso delle risorse e affossare la possibilità di cambio di paradigma in chiave ecologista che tuttə auspichiamo.

Le ombre che circondano questo piano e che contrastano fortemente con l’obiettivo di “giustizia climatica”, sono ancora troppe. Ci proponiamo quindi di mettere a sistema l’estrazione di valore dai territori, pratica ormai consolidata del neoliberismo, con le nuove frontiere estrattive che vedremo consumarsi e contro cui dovremo lottare sui nostri territori nei prossimi decenni.

h.15.30 Tavoli di lavoro in parallelo

Immaginiamo questo come un momento di confronto sulle pratiche che contraddistinguono l’agire collettivo sui nostri territori. Immaginiamo di poter imparare gli uni dagli altri con l’obiettivo di costruire delle pratiche condivise e attraversabili da tutti e tutte. Abbiamo pensato di articolare questo momento in tre tavoli di lavoro in parallelo.

Tavolo A – L’attraversamento dei territori come pratica politica: escursionismo e alpinismo

L’esperienza diretta è strumento di conoscenza del territorio sia nei suoi aspetti intrinsechi, profondi e di superficie (geologia, morfologia, geografica e idrologia), sia negli aspetti estrinseci come la relazione con l’attività umana, la storia e le trasformazioni. Osservare questo da vicino è indispensabile alla comprensione profonda del territorio che si attraversa e alla sintonia fra corpo e ambiente.

L’esperienza collettiva della montagna costringe a confrontarsi con dinamiche molto vicine a quelle della vita nella società. Emerge così la relazione fra differenti competenze, capacità e potenzialità fisiche, economiche e psicologiche che possono essere interpretate e ‘messe in comune’, associando il gruppo escursionistico alla comunità, in chiave cooperativa e non competitiva.

Toccare con mano, vedere con i propri occhi i luoghi teatro di devastazione è una possibilità per comprendere le cause e le conseguenze drammatiche e irreversibili che le attività estrattive producono.

Riappropriarsi degli spazi, dei territori che ci sono negati perché trasformati in miniere, in cantieri o in centri commerciali da cui si estrae valore senza freni in nome del profitto di pochi, è un diritto e una necessità.

Come può la pratica dell’attraversamento essere uno strumento di soggettivazione politica? Come può essere strumento per limitare la devastazione dei territori che abitiamo?

Tavolo B – Ecologia femminismi e cura

La società in cui viviamo si fonda su strutture verticali di potere, dominio e controllo che impongono su tutto il pianeta dispositivi di categorizzazione e gerarchizzazione del mondo coloniali, patriarcali, specisti e classisti. Tali strutture e dispositivi sono alla base dell’oppressione del vivente e dell’attuale crisi della vita e della vitalità, intesa come ogni forma di riproduzione del vivente, umano e non umano.

In nome della crescita efferata, il capitalismo estrae ferocemente valore dai corpi e dai territori, annichilendo ogni tentativo di elaborare prospettive alternative.

La violenza di questo sistema, che colpisce le Alpi Apuane trasformandole di fatto in un distretto minerario, è la medesima violenza che costringe i nostri corpi all’interno del meccanismo produttivo e che svilisce il lavoro riproduttivo e di cura relegandolo alla dimensione domestica, non retribuita e lontana dallo spazio collettivo.

Il carico di questo lavoro grava, per la maggior parte, sulle spalle delle donne e di altre soggettività che si discostano dal paradigma dominante di maschio bianco cisgender e che, all’interno della narrazione patriarcale che il capitalismo favorisce, sono rappresentate come naturalmente inclini alle varie forme di lavoro di cura e riproduzione della vita  al servizio delle esigenze proprie e delle categorie privilegiate.

Alla luce di ciò, intersecando le prospettive ecologiste e anti patriarcali, vogliamo provare a rispondere assieme ad alcuni interrogativi.

In che modo la devastazione ambientale impatta sulla riproduzione delle relazioni di cura? Quali intersezioni esistono fra lo sfruttamento infinito di risorse finite e lo sfruttamento del lavoro riproduttivo e di cura? In che modo la cura può diventare uno strumento per l’agire rivoluzionario? Quali sono le strade che possiamo percorrere per ripartire equamente e collettivizzare questo carico di lavoro?

Tavolo C – Arte, cultura e mitologie

La produzione artistica e culturale è troppo spesso ridotta a dispostivo strumentale  alla riproduzione di meccanismi sistemici di sfruttamento e consumo.Sentiamo quindi il bisogno di rimettere a fuoco l’importanza del mezzo artistico creativo e di ripensarlo nel suo potenziale rivoluzionario che gli è proprio e per la sua capacità  di modificare l’esistente.

Si sente spesso dire che il marmo è arte, lasciando intendere con ciò che, tutt’oggi, il motivo principale per cui si estrae questa materia è il fine artistico. Si citano Michelangelo e Canova, si sventola la tradizione scultorea locale e ci si fa vanto dei molti laboratori artistici. Si racconta, insomma, una storia che rende orgogliosi, che conferisce importanza a Carrara e la eleva a “capitale mondiale del marmo e della scultura”. Un passato romantico che viene presentato come ancora attuale. Siamo sicuri che sia davvero così?

Qui, come in molti altri luoghi, si costruiscono mitologie e azioni di greenwashing/artwashing utili soltanto alle grandi aziende dannose per ripulirsi la faccia e garantirsi ulteriori consumi . Questo sistema risuona molto anche ai processi di gentrificazione delle grandi città e la relativa strumentalizzazione della street art.

In che modo possiamo riappropriarci, come artistə e attivistə, del nostro strumento creativo per decostruire le mitologie tossiche che abitano i nostri territori? Come l’arte può contribuire alle costruzione di una nuova narrazione del possibile? Quale spazio immaginare per l’azione artistica nei nostri percorsi territoriali, nazionali e internazionali??

h.18.00 Plenaria
Report  in plenaria dei 3 tavoli di lavoro.


h.18.00 Plenaria

Plenaria di chiusura della giornata.

Crediamo che la specializzazione e la declinazione dell’analisi del sistema estrattivo su diversi e specifici contesti sociali e ambientali, siano strategie indispensabili tanto allo sviluppo teorico generale e di ampio respiro, quanto al radicamento di quell’analisi nelle specificità e nelle forme che l’estrattivismo assume nelle diverse realtà territoriali. 

Crediamo, tuttavia, che l’approccio specialistico, se non integrato da un’attenta e costante analisi intersezionale, perda gran parte del suo valore. In questo senso ci proponiamo di integrare quanto emerso nei diversi tavoli di lavoro in un momento conclusivo che possa restituire a tuttə la complessità e la profondità dell’analisi e, contemporaneamente, essere occasione creativa verso la costruzione di scenari futuri nei quali evolvere, in modo organico, teorie e pratiche. 

Quali aspetti emergono e risuonano come criticità o come punti di forza nelle diverse tematiche? Quali di questi aspetti sono sovrapponibili?

Che momenti e quali forme possiamo immaginare per allargare l’indagine dal piano locale ad un piano più ampio che attraversi i confini del mondo globale?


Domenica 4 Luglio

Escursioni in vetta

Saliamo 3 vette delle Apuane con il progetto A ● TRAVERSO

In copntemporanea all’evento dell’associazione Apuane libere, “bandiere apuane al vento”, saliamo 3 delle 30 vette che verranno raggiunte contemporaneamente da centinaia di attivistә su tutto il comprensorio. Alle 12.00, da 30 vette delle Alpi Apuane, sventoleranno le bandiere di tutti i gruppi, le associazioni, i collettivi, lә singoә che hanno a cuore le Alpi Apuane, l’ambiente, il territorio e le comunità che lo abitano.

Abbiamo scelto di unirci a questo momento corale e abbiamo scelto di farlo al passo dellә più lentә, senza competizione, prendendoci cura lә unә dellә altrә e dell’ambiente che attraversiamo.

Un’occasione per praticare insieme l’escursionismo come ce lo siamo raccontatә e come lo abbiamo sperimentato in questi ultimi mesi nel progetto A ● TRAVERSO.

Saranno possibili almeno 3 diverse escursioni con diversi livelli di accessibilità a seconda dell’esperienza, della preparazione fisica e tecnica e dell’attrezzatura necessarie.

Salita al monte Borla

Il monte Borla è una facile e breve cima molto vicina al campo, perfetta per lә meno espertә e per un primo approccio alla montagna.

  • tempo per raggiungere la vetta: 1.00h
  • partenza dal campo: h10.30
  • arrivo in vetta: h12.00
  • rientro al campo nel primo pomeriggio

Salita al monte Sagro

Il monte Sagro è la cima sacra al popolo dei Liguri Apuani, antichi abitanti del territorio. Anche questa molto vicina al campo, perfetta per provare un’escursione tipicamente apuana, con brevi tratti su roccia, un dislivello abbastanza impegnativo e scorci sul comprensorio.

  • tempo per raggiungere la vetta: 1.30h
  • partenza dal campo: h9.30
  • arrivo in vetta: h12.00
  • rientro al campo nel primo pomeriggio

Questa escursione è consigliata per chi ha già avuto un avvicinamento alla montagna di livello escursionistico.

Salita al monte Maggiore

  • tempo per raggiungere la vetta: 1.30h
  • partenza dal campo: h9.30
  • arrivo in vetta: h12.00
  • rientro al campo nel primo pomeriggio

Il monte Maggiore è una vetta esemplare per l’attacco sfrenato dell’escavazione. Anche questa è vicina al campo base e relativamente breve.

Si tratta di un’escursione per espertә con la maggior parte del percorso su traccia, fuori sentiero e tratti in aggrappo fino al II grado. Alcuni passaggi brevi ma molto esposti che richiedono piede saldo e concentrazione. 

Da tenere presente che la roccia apuana ha caratteristiche di instabilità particolari che rendono la classificazione dei gradi alpinistici molto relativa, pertanto alcuni passaggi, a causa dell’instabilità del terreno, possono risultare molto più complessi di quanto suggerisca la classificazione.

Consigliata a chi ha già esperienza alpinistica di base e non soffre di vertigine.


Per tutte le escursioni è necessario indossare abbigliamento sportivo e scarpe adatte. In nessuno dei precorsi è presente acqua quindi è importante esserne provvistә. Snack e integratori di sali minerali sono sempre consigliati.

A-traverso: Escursioni come pratica collettiva


Attraverso, in prima persona, il territorio e le sue contraddizioni.

Attraverso scegliendo di attraversare, perché ciò è un agire direttamente politico quando avviene lungo linee di esclusione, spazi di estrazione, luoghi del possibile dove l’altro dal profitto si vuole escluso.

Attraverso lacerazioni di roccia ancora fresche, spazi vasti, incontaminati o distrutti, tra i bagliori dei riflessi del mare e del marmo.

Attraverso il confine, tra paesaggio e miniera? Tra pubblico e privato? Tra salvo e compromesso? Tra parco e palcoscenico della devastazione? Tra visibile e celato alla vista?Di traverso ci mettiamo, nel nostro camminare, nelle pratiche diffuse, di fronte a chi non vuole freni alle proprie pretese di ricchezza, al governo dell’economia sul vivente, all’eterno presente che ci ruba il futuro.

A traverso, trasversalmente, com’è necessario porsi di fronte a problemi complessi e irriducibili per far emergere le molteplici conseguenze di un sistema ingiusto che intesse ogni segmento del nostro vivere in società: dalla cura del territorio all’economia, dalla salute delle persone al benessere collettivo.

Il traverso nell’alpinismo è un procedere che affronta la verticalità come limite da accettare e non escludere e che comporta un percorso alternativo, altrettanto delicato, ma necessario.

A·TRAVERSO per Athamanta è tutto questo e molto di più.

E’ un camminare insieme, prendendosi cura gli un* degli/delle altr* agendo per cambiare la realtà che ci circonda e di cui siamo parte; come anticorpi in un pianeta infetto, come forze di riproduzione di un vivente minacciato. Un vivente che siamo, anche, tutte e tutti noi.


Foce del Campaccio o del Termo (Località Pasquilio) – monte Folgorito – monte Carchio – passo della Cardella – monte Focoraccia – passo del Pitone – Foce del Campaccio o del Termo (Località Pasquilio): 8 km

📈 DISLIVELLO IN SALITA: 350 m ca.

‼️ DIFFICOLTÀ: E

🕐 TEMPO DI PERCORRENZA: 6 ore

⚒ ATTREZZATURA NECESSARIA: scarpe da trekking, acqua, pranzo al sacco, abbigliamento a strati

👣 DESCRIZIONE DEL PERCORSO:
⏰ L’escursione parte dalla foce del Campaccio, nota anche come Foce del Termo in località Pasquilio, dove potremo parcheggiare le auto. Il parcheggio offre una bellissima veduta sulle Alpi Apuane settentrionali.
🏔 Dalla foce seguiamo i segni del sentiero CAI n. 140, che, percorrendo un’ampia strada sterrata con pendenza praticamente nulla, ci porta, in circa un’ora, sotto la vetta del monte Folgorito. 🧐 Il sentiero è estremamente interessante da diversi punti di vista: ci permette infatti di conoscere episodi della Resistenza locale e di osservare le tracce delle vecchie lizze che scendevano dalle cave del monte Carchio.
Costeggiamo il monte di cui è già possibile avere una visuale alla nostra sinistra, fino a raggiungere le pendici del Folgorito, dove la visuale si apre sulla costa. Guardando a destra scorgiamo il sentiero che risale da Vietina. Noi invece abbandoniamo il sentiero 140 e ci dirigiamo a sinistra, per giungere in breve tempo e senza particolari difficoltà, al col di Melo, dove un cippo marmoreo ci ricorda che da lì passava la linea gotica. 😍 La parete cade a strapiombo sulla valle del Serra, regalandoci un panorama emozionante.
🔝 Dal col di Melo seguiamo il sentiero segnato in blu, ripido ma semplice,, che in dieci minuti ci fa raggiungere la vetta del monte 🏔 Folgorito. Salendo incontriamo altre testimonianze della linea gotica, come la trincea che corre poco sotto la sommità del monte.
Scendiamo al col di Melo per il medesimo sentiero, dal quale poi ci dirigiamo verso il monte 🏔 Carchio, seguendo dapprima la facile e ampia cresta, quindi un vecchio sentiero di cavatori, che raggiunge una strada sterrata poco sotto la vetta del monte.
⚫️ Da questo punto, in breve giungiamo a ciò che resta della sommità del Carchio, completamente distrutta dall’escavazione.
👣 Torniamo quindi sui nostri passi sulla strada sterrata e, al primo bivio, proseguiamo a destra, in direzione del passo della Cardella, contrassegnato da un’altra lapide marmorea a ricordo della linea gotica. 👀 Altro punto panoramico dal quale si gode di una visuale mozzafiato del monte Altissimo e delle Apuane che si protendono verso la lucchesia.
Dal passo della Cardella continuiamo su sentiero evidente, ma non contrassegnato da segni CAI, che sale e si mantiene lungo o poco sotto la linea di cresta, percorrendo la vetta del monte Focoraccia 🏔 (1147m, punto più elevato dell’escursione🔝) e giungendo infine, con una discesa da percorrere con prudenza, al passo del Pitone, luogo dall’atmosfera magica, attraverso il quale si intravedono le guglie del passo degli Uncini.
Noi però invertiamo la rotta e scendiamo per intercettare il sentiero CAI n. 33, che imbocchiamo in direzione Pasquilio concludendo l’escursione alla foce del Campaccio. 😎
✅ Larga parte del percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. In qualche tratto il sentiero è però piuttosto stretto e con un grado di esposizione che, per i meno esperti, potrebbe costituire qualche difficoltà perlopiù legata al senso di vuoto. Altri tratti, sempre molto brevi e limitati, presentano passaggi su rocce, perlopiù accessibili con attenzione ad un piede sicuro, mentre, per i meno esperti possono essere percorsi con l’aiuto delle mani e qualche aggrappo, soprattutto se le condizioni meteo hanno reso la roccia bagnata. ❤️ In ogni caso, sia nei tratti più esposti che in quelli tecnicamente meno banali, chi fra noi ha più esperienza sarà disponibile a dare indicazioni ai meno esperti per permettere di superare eventuali momenti di difficoltà fisica o anche di insicurezza. Insomma, c’è sempre una prima volta necessaria ad imparare cose nuove e ad acquisire esperienza ed è importante farlo insieme e in sicurezza, quindi siamo tutti invitati a tenere in considerazione il nostro livello di comfort senza però scoraggiarci e contando sull’aiuto e la collaborazione di tuttx.
🐕 Il percorso è facilmente accessibile per i nostri pelosi, sempre facendo attenzione alla presenza di selvatici 🐘 che possono essere causa di distrazione e pericolo per noi, per i nostri pelosi e anche per loro stessi.

OPEN CALL for explosive submissions

🔸 Athamanta lancia una ✨OPEN CALL for explosive submissions

✨ rivolta a chiunque abbia voglia e piacere di mettere in campo le proprie capacità artistiche a sostegno della tutela delle Alpi Apuane e della lotta al sistema estrattivista che le governa 🔸

🔴 La ragione che ci porta a promuovere questa chiamata è il significato polivalente che essa può assumere in un territorio come quello apuano in cui l’arte è spesso ipocritamente utilizzata come falsa copertura di un sistema devastante a discapito di una catena montuosa e di un ecosistema di inestimabile valore.

Ci piacerebbe dunque promuovere una mostra in cui sia proprio l’espressione artistica a descrivere il reale che ci circonda, le sue contraddizioni ma anche le sue bellezze, e l’immaginario, positivo e negativo, che da ciò ne scaturisce.

  • Gli argomenti trattati nella mostra e da cui poter trarre ispirazione sono riportati nel testo al seguente link: https://athamanta.wordpress.com/…/fermiamo-la…/
  • Le opere dovranno essere inviate, in formato digitale, a athamanta.ms@gmail.com
  • Nel caso di opere non digitali, potrà essere inviata una fotografia
  • La scadenza per l’invio è fissata al 1o agosto 2021

👉 Tutte le opere verranno allestite in una mostra

Siamo uomini e donne non pietra!

È uscito ieri questo video che denuncia la reale faccia del capitalismo estrattivo che governa il territorio apuano, protagonista della serie “Uomini di pietra” firmata Dmax. A seguito anche delle trattative iniziate con enti e industriali per la realizzazione della seconda stagione a Carrara, lo condividiamo e vi invitiamo a riflettere su ciò che questa serie mostra ed elogia: “un sistema prevaricatore che mangia tutto quello che ha intorno”.

Uomini di pietra?

“Uomini di pietra” è la serie andata in onda in esclusiva su Dmax, che ha portato in prima visione sulle nostre tv la devastazione imposta dall’attività estrattiva del marmo, esaltandola e spettacolarizzandola.

Protagonista principale è la ditta versiliese Henraux, che gestisce quattro cave sul monte Altissimo, nel comune di Seravezza, a 1589 metri sul livello del mare.

Pareti da sbancare, clienti ultra milionari da soddisfare e commesse da evadere, un sistema basato sulla corsa contro il tempo e l’iper produttività, a qualsiasi costo. Sotto il falso mito della “ricerca di bellezza e perfezione” vediamo andare in onda quello che a prima vista appare come un combattimento eroico dell’uomo di pietra contro la natura, la grandiosità e imponenza dei mezzi messi in campo, il coraggio degli operatori di cava.

Quello che appare ad un occhio attento, come ben esplicitato in questo video, è in realtà “lo sfruttamento di persone e territori, un sistema prevaricatore che mangia tutto quella che ha intorno, tutto quello che incontra, inclusi noi. Ciò che resta è pura devastazione.”

Le cave della ditta Henraux tanto esaltate dal programma sono in realtà artefici della distruzione di un contesto paesaggistico di elevato pregio, quello dei monti Altissimo, Sella, e Tambura, caratterizzati da numerose particolarità di rilevanza naturalistica: singolarità geomorfologiche quali circhi glaciali, doline, cavità carsiche, che ospitano organismi di grande interesse zoo- e fito-geografico, tra cui molti endemismi e specie rare.

Proprio queste particolarità geologiche dal valore inestimabile hanno permesso alle Alpi Apuane di diventare uno dei 75 Unesco Global Geopark, solo 26 in tutta Europa. Ma questo genere di valore non interessa al capitalismo estrattivo e alla sua mistica machista.

Ciò che resta è un paesaggio completamente stravolto. Basti pensare alla vetta delle Cervaiole, dove opera l’Henraux, letteralmente capitozzata dalle attività di cava, con uno sbassamento di 50 metri concesso nel 2008. Sbassamento avvenuto grazie ad un protocollo d’intesa firmato dall’Henraux nel 2006 con i Comuni di Stazzema, di Seravezza ed il Parco delle Apuane, nel quale la ditta si impegnava, inoltre, a trasformare in loco il 60% dell’estratto e a destinare la parte restante “prioritariamente alla lavorazione presso le aziende collocate nel distretto”.

Tuttavia, come ben si vede anche in “Uomini di pietra”, il materiale estratto è destinato per lo più a ricchi acquirenti esteri, mentre sul territorio le ricadute appaiono tutt’altro che positive. Un esempio è il ravaneto prodotto dalle cave Cervaiole che ha sepolto una sorgente e periodicamente imbianca il canale del Giardino dove vive una specie protetta: la Bombina pachypus.

Al caso delle Cervaiole si aggiungono, sempre nel contesto dell’Altissimo, altri casi di mala gestione del territorio da parte degli enti preposti e di totale impunità delle imprese estrattive, alle quali, a partire dal 2010, è stato concesso di riaprire ben 3 cave in area Parco: cava Macchietta, il cui ravaneto sta compromettendo la sorgente della Polla; cava Mossa, riaperta nel 2013 nonostante il parere negativo della Provincia di Lucca; cava Buca, riaperta nel 2013, nonostante la rilevazione di numerose fratture.

Ma ora, anche i grandi proprietari di Cava del comprensorio carrarese aspirano al loro momento di celebrità televisiva, ben consci che questa trasmissione può diventare un’importante vetrina pubblicitaria. Quello che attira non è solo la sponsorizzazione aziendale, ma la perpetrazione della mitologia legata all’escavazione di marmo attraverso l’esaltazione della tecnica e della pericolosità del mestiere, grazie al tipico pacchetto DMAX che già abbiamo visto all’opera nel descrivere altri tipi di meccanismi estrattivi: muscoli, macchine giganti, machismo e fatturato.

L’esaltazione della velocità a discapito della sicurezza, della distruzione a spese della natura, un’agiografia in chiave spettacolare del capitalismo estrattivo.

A seguito delle lamentele pubbliche andate in stampa sui giornali, che vedevano i grandi imprenditori di cava carraresi protestare per non essere stati presi in considerazione per la realizzazione della prima stagione, ecco che DMAX bussa alle porte di Carrara. Sono infatti già iniziate le trattative fra industriali, comune di Carrara e produzione DMAX, per lo svolgimento della seconda stagione.

D’altronde se l’obiettivo è quello dell’esaltazione della devastazione, quale miglior palcoscenico se non il comprensorio dei bacini estrattivi di Carrara?

Vivere le montagne: una pratica politica

  • Riconoscere il territorio.
    L’esperienza diretta è strumento di conoscenza del territorio sia nei suoi aspetti intrinsechi, profondi e di superficie (geologia, morfologia, geografica e idrologia), sia negli aspetti estrinseci come la relazione con l’attività umana, la storia e le trasformazioni. Osservare questo da vicino è indispensabile alla comprensione profonda del territorio che si attraversa e alla sintonia fra corpo e ambiente.
  • Si parte e si torna insieme.
    L’esperienza collettiva della montagna costringe a confrontarsi con dinamiche molto vicine a quelle della vita nella società. Emerge così la relazione fra differenti competenze, capacità e potenzialità fisiche, economiche e psicologiche che possono essere interpretate e ‘messe in comune’, associando il gruppo escursionistico alla comunità, in chiave cooperativa non competitiva.
  • Conoscere ed amare per farsi antidoto all’espropriazione.
    Toccare con mano, vedere con i propri occhi i luoghi teatro di devastazione è una possibilità per comprendere le cause e le conseguenze drammatiche e incontrovertibili che l’attività estrattiva produce. Riappropriarsi degli spazi, dei territori che ci sono negati perché trasformati in miniere da cui si estrae valore senza freni in nome del profitto di pochi è un diritto e una necessità per viverne l’ambiente montano, con le sue vette, le sue grotte, le sue acque, la sua fauna, la sua flora, le sue specie endemiche.
  • Cura del territorio e nutrimento per l’anima.
    Riscoprire il profondo legame tra comunità e territorio attraverso la cura del suolo, dei sentieri, della fauna e della flora, dei corsi d’acqua e dei boschi è un modo per curare non solo la terra ma la comunità stessa. Quando apprendiamo ad apprezzare e prenderci cura della terra che ci ospita, riceviamo in cambio un inestimabile patrimonio in termini di autocura e piacere nell’incontro di forme di vita diverse dalla nostra.
  • Ripensare la proprietà.
    Indagare la relazione con la terra ci offre l’opportunità di sperimentare un legame di responsabilità e non di mero possesso: siamo custodi di un pianeta che non ci appartiene e siamo responsabili della tutela e della riproduzione della vita in ogni sua forma.

Da questi principi nasce, in cuore ad Athamanta, il progetto di escursionismo che si pone come obiettivo quello di sperimentare la pratica escursionistica e alpinistica come pratica politica di consapevolezza, autoformazione e riproduzione di relazioni di comunità.

Le uscite sono programmate ogni primo weekend del mese a partire da Febbraio, la domenica. Potranno subire variazioni a seconda delle condizioni meteo e del suolo. La nostra prima uscita sarà Domenica 7 Febbraio con un itinerario molto accessibile ed inclusivo.

È disponibile una scheda tecnica del percorso e dell’attrezzatura necessaria. Cercheremo di mettere in condivisione l’attrezzatura di cui disponiamo per prestarla a chi non ne è provvist@.

Le uscite sono completamente autogestite e spesso avremo la fortuna di avere con noi guide ambientali ed espertx alpinistx come compagne e compagni di cammino. Nonostante questo la partecipazione alle uscite è da intendersi come volontaria ed autogestita: in nessun caso può intendersi come responsabilità altrui.

È possibile contribuire al progetto con una donazione per la partecipazione che ci aiuterà a sostenere l’attività e anche a formare e mantenere un magazzino di attrezzatura da mettere a disposizione gratuita a chi ne abbia bisogno.

FAVOLE DA QUESTA REALTA’

#1 Sempre allegri bisogna stare

Nonno Sagro e Nonna Tambura fecero sedere nipotini e nipotine davanti alla fiamma del camino e cominciarono a raccontare.

Sembrerà incredibile ma vi giuriamo che c’era una volta un luogo in cui tutti sapevano la verità ma nessuno la diceva! Forse perché faceva troppo male, o forse perché avrebbe fatto troppo bene. Sicuramente avrebbe fatto saltare il banco a chi il banco lo teneva. Per questi signori la verità era scomoda, creava un sacco di grane. Vi immaginate? Si sarebbe dovuto parlare dei morti sul lavoro. Gli ennesimi, i continui morti sul lavoro. Sarebbe stato triste, doloroso, da far arrabbiare e piangere tutti. E invece no! Meglio non soffermarsi troppo sulla triste verità. “Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. Allora, pur di non parlare di cose tristi, si parlava d’altro.

Di televisione, ad esempio! Si parlava di una serie tv su uno storico canale di alta cultura come Dmax; gli assessori erano infuriati perché gli astuti versiliesi – grandi strateghi del mondo dello spettacolo – avevano rubato ai carrarini sonnacchiosi il set cinematografico del grande cult “Uomini di pietra”. Per riparare a questa grave perdita rilanciavano invocando maggiore sinergia tra imprese, istituzioni e, perché no, registi e ballerini! Questo sì che avrebbe fatto grande il nostro territorio, avrebbe eliminato la disoccupazione giovanile, fermato quel noiosissimo sistema di subappalti dove i lavori alla fine li vince chi chiede meno soldi e offre meno sicurezza. A questo punto la verità avrebbe detto che anche l’ultimo ragazzo morto stava facendo un lavoro di smaltimento che era già al terzo subappalto. Ma… “sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al Re… fa male al ricco…na na na na”

E allora per cambiare discorso si parlava di moda. Una fantastica collezione di vestiti fatti con la polvere di marmo! La straordinaria idea di una nuova economia, forte delle mirabolanti e sconosciute caratteristiche di questo materiale in grado di inventare un tessuto del tutto nuovo: antivento, impermeabile, morbido! In realtà tutti lo sapevano che la polvere di marmo rende impermeabile tutto ciò che tocca. Almeno tutti quelli che avevano vissuto sulla propria pelle le otto alluvioni degli ultimi venti anni. O quelli che si preoccupavano del soffocamento di ogni forma di vita nei torrenti causa cementificazione da marmettola. Ma queste erano storie tristi. Dmax non ci aveva fatto nemmeno una puntata.


#2 Greenwashing! Artwashing! Lav e arlav ma armanen lozzi.

Nonno Sagro e Nonna Tambura continuarono nel loro racconto a nipotini e nipotine davanti alla fiamma del camino…

Dunque, dicevamo che in quel posto la verità non la voleva nessuno. Bisognava distrarsi, parlare d’altro, di cose leggere. Come quel detto alla moda, giovanile: CoseBelle.

E di cose belle ce n’erano tantissime in quel posto. C’erano le Fondazioni! Fondazioni bravissime, generosissime, piene di buoni sentimenti che donavano a destra e a manca (ma a manca un po’ di meno), perché sapevano che era meglio “restituire parte del valore creato” al territorio. Un po’ come quando c’erano gli imperatori che avevano tutto loro, comandavano loro, si arricchivano loro, ma qualcosa alla gente dovevano pur dare, oltre alle mazzate sui denti: un colosseo, due gladiatori, qualche tonnellata di grano qua e là.

“Se distruggendo il territorio e l’ecosistema che ci ospita fatturo milioni di euro, vuoi che non ti dono un po’ di computer? Se la sanità pubblica è a pezzi perché la privatizzazione l’ha smantellata, vuoi che io, privato multimilionario, non colgo l’occasione di farmi nobile cavaliere? Se polverizzando le montagne faccio soldi a palate vuoi che non finanzio un bella conferenzina sull’arte del riciclo?”

E così, in un simpatico controsenso, regalavano borracce ai bimbi dicendo che le bottiglie di plastica inquinavano troppo, mentre la loro attività industriale inquinava l’acqua con la quale i bimbi le riempivano.

“Eh, ma se non ci fossero loro!”, dicevano i fans in coro.

La verità, musona e acida, avrebbe detto che se non ci fossero stati loro sarebbe stato meglio. Che le Fondazioni tante volte servono a lavarsi la coscienza e la fedina, per lo più a tassazione agevolata. Avrebbe detto che se la Beretta, per dirne una non autoctona, non avesse prodotto e venduto armi in tutto il mondo, avrebbe fatto molto più bene all’umanità di quanto non possa fare la sua fondazione “per lo studio e la cura dei tumori”. Avrebbe detto che se le aziende della FondazioneMarmo, per dirne una locale, avessero smesso di distruggere l’ambiente privando le future generazioni di un futuro sano, avrebbero fatto molto più bene che donando alle scuole (magari solo a quelle in cui andavano i figli dei soci ) mascherine usa e getta di polipropilene, inquinati e difficilissime da smaltire (che per altro le scuole hanno già in dotazione dal Ministero).

La verità era convinta che bisognava farsi due domandine in più: si, la parola “fondazione” è bella, pare nobile; ma dato che si occupa di soldi di qualcuno, tocca chiedersi perché c’è chi ne ha così tanti, ma così tanti, che tutti gli altri, persino il pubblico, si ritrovano a dipendere da lui. E magari tocca chiedersi anche perché quel qualcuno spende così parte di quei soldi.

“Eh, ma le domande son pese. Prendi le briciole e stai zitto, no? C’è anche il bollino verde sull’escavatore adesso!”

In fondo è un po’ come il trucco: puoi levarti le rughe, farti uno sguardo più profondo, allargare il sorriso e addolcire i lineamenti, ma poi davanti allo specchio resti quello che eri prima di truccarti.

Si, la verità è scomoda, antipatica, dice cose fastidiose, per niente belle.


#3 Confindustria is running! noà arent a s’ciopan!

Nonno Sagro e Nonna Tambura sistemarono un nuovo ciocco nel fuoco perché quando cala la sera il freddo aumenta e loro sapevano che le storie vanno calde, altrimenti poi succede che il gelo le penetra e non te lo levi più di dosso.

“Ma quindi – chiese un nipotino – tutti erano contenti?”
“No, ma ti ricordi? Sempre allegri bisogna stare…” canticchiò nonno Sagro.
“Ma qual era la verità?” si spazientì una nipotina.
“La verità – sorrise nonna Tambura – è che mi fanno male le ossa, e che anche questa settimana ho perso un altro pezzo, la verità è che il tempo corre e le storie ci allenano a tenere il suo passo”. E continuò…

Per fortuna anche in quella terra c’era Confindustria. Confindustria era fantastica perché anche lei raccontava storie, ma per decidere il passo del tempo: riusciva a dire cose terribili come se fossero bellissime, e le raccontava talmente bene che nessuno riusciva a capire se ne era consapevole o se erano strafalcioni.

Diceva che le Apuane non sono devastate perché solo il 2% è stato effettivamente distrutto; un po’ come dire che il mio organismo è sano perché sì, ho un tumore, ma per ora è circoscritto al testicolo destro.

Oppure, replicando ad accuse piuttosto fondate, gridava con forza che non l’85% ma solo il 30% delle cave non hanno le certificazioni ambientali e di sicurezza! Un po’ come a dire che se evado “solo” il 30% delle tasse nessuno può dirmi niente, anzi, è un grande risultato! Inchiniamoci a questi signori, così leali e misurati!

Confindustria comprava pagine di giornali per raccontare le sue storie, considerava un valore far sapere a tutti che grazie alle moderne tecnologie oggi le montagne diventavano detriti solo al 75%, magari all’80%! Vabbé in certi casi anche al 90%, ma erano comunque grandi risultati da far sapere al mondo! 

Certo, non diceva che il mercato degli scarti era ormai diventato una parte importantissima dello sfruttamento delle montagne e che quindi distruggere a casaccio voleva dire fare un sacco di soldi. Quello sarebbe stato un po’ troppo, su!

Davanti a Confindustria la verità avrebbe detto solo una cosa molto semplice, perché non servivano tanti discorsi per capire l’animo e le intenzioni di questi personaggi: Confindustria è quella che a Bergamo il 28 febbraio scorso, “per tranquillizzare i partner stranieri rispetto al rischio Covid nelle aziende della zona”, lanciò lo spot “Bergamoisrunning”. 18 giorni dopo in quella città sfilavano camion militari pieni di bare.

Certamente Confindustria corre, corre forte… lei se lo mangia il tempo, il problema – direbbe la verità – è che e ‘ntant che lé al magn, noà arent a s’ciopan!


#4 Io speriamo che me la cava

I nipoti erano evidentemente sempre più tristi, ma Nonno Sagro, continuando, ricordava loro con fare dolce: “Lo so, è molto difficile, ma da quelle parti sempre, sempre allegri bisogna stare!”.

Mica pensare al mantra “produci-consuma-crepa”!

E meno male che in questo posto meraviglioso c’erano le istituzioni.
C’erano Comuni, come quello di Carrara, che gioioso cantava vittoria: finalmente con noi – scolpiva nel marmo – ambiente e sviluppo delle attività estrattive andranno di pari passo!

Non sapevano, o fingevano di non sapere, che era un po’ come ignorare le leggi della fisica, un po’ come dire di poter fare attaccare due poli uguali di due calamite; quella cosa che capisci di solito intorno ai due anni. Loro erano contenti: piani di controllo, regolamenti, trasparenza! “Una rivoluzione”, gridavano sporgendosi – un tantino troppo – dalle finestre del palazzo comunale.

Il popolo doveva essere allegro perché ci sarebbero stati:

  • costi più alti per le ricche imprese;
  • tracciabilità;
  • generica tutela dell’ambiente e delle acque (della serie: “dovete stare attenti, m’arcomando!”);
  • addirittura riduzione del tempo delle concessioni di cava (ovviamente salvo particolari meriti grazie ai quali la durata avrebbe potuto restare invariata).

Insomma, un piano meraviglioso per “cambiare tutto senza cambiare assolutamente niente” – avrebbe detto quella pignola della verità! Eppure, non ci crederete, era già troppo per i ricchi del paese. In un attimo una pioggia di ricorsi allagò il Comune: “come avete osato anche solo dire (perché nulla era stato fatto) che non possiamo fare tutto quello che vogliamo e come lo vogliamo?”, gridavano gli industriali seguiti dai migliori avvocati in circolazione.

Questi signori, ignorando cose evidenti a tutti da sempre ma che loro consideravano bestemmie come ad esempio i “beni comuni”, chiamavano in causa sacrosanti editti firmati da sovrani e contesse solo 270 anni fa (1751) che sancivano il possesso delle montagne ad una manciata di baroni. Di fronte a tanta rabbia il Comune tremava e, sommessamente, chiedeva scusa, dicendosi incredulo della reazione, anche perché quei regolamenti – diceva il vicesindaco con delega al marmo – “li abbiamo discussi con tutti i soggetti portatori di interesse”. Non è carino portarci in tribunale – dicevano dal Comune – lo sapete benissimo che sono solo parole, stavamo facendo un po’ di fumo, un po’ di colore, mica volevamo dirvi cosa fare, ci mancherebbe!

La verità, sempre più stanca, avrebbe ricordato loro che non proprio tutti i soggetti portatori di interesse erano stati ascoltati; che qualcuno gli aveva fatto notare che dire “tutela ambientale o idrica” o “sostenibilità ambientale dell’attività estrattiva” senza creare specifiche norme di riferimento era come non dire assolutamente nulla. Infatti anche la verità non capiva il grande baccano degli industriali: “almeno la pantomima ai politici va concessa” – pensava magnanima.

Avrebbe detto, ma era stufa di ripeterlo, che pensare ad un capitalismo estrattivo sostenibile e tutelante dell’ambiente significa aver perso il principio di realtà. Che i costi che quotidianamente ricadevano sulla comunità (quella vera) erano infinitamente maggiori dei benefici di cui godevano i pochi milionari del marmo. Che se la gente avesse davvero voluto, avrebbe fatto chiudere baracca e Barattini… Ops! Burattini per una semplice ed evidente ragione: la gente che pagava e non aveva nulla in cambio se non la storiella dello stare allegri era tanta, tantissima, e aveva sempre più fame, era sempre più con i piedi nella cacca; invece quelli che non rischiavano nulla, pretendevano allegria e riconoscenza mentre ingrassavano il portafoglio, erano pochi, pochissimi, e sempre gli stessi!


Athamanta, insieme a Nonno Sagro e Nonna Tambura

ringraziano tutte le artiste e tutti gli artisti che hanno collaborato con loro ispirandosi alle “Favole da questa realtà”.

In ordine di uscita si ringraziano:

Michele Ravenna, Camilla Gemignani, La Zecca-Tigre e Emanuele Giacopetti

Questi piccoli episodi, che hanno cercato di raccontare le assurdità che caratterizzano la quotidianità del nostro territorio, non sono che l’inizio di un percorso di collaborazione tra lotta politica in difesa delle Alpi Apuane e arte libera, contro tutto l’armamentario comunicativo iper-pagato che usa l’arte come copertura per la devastazione del nostro ecosistema.

Su questo ci saranno presto aggiornamenti!

“Uomini di pietra” su DMAX, un’apologia della devastazione

Da domani, giovedì 19 novembre, andrà in onda in prima serata su DMAX – Discovery Italia il documentario “Uomini di pietra”. A seguito della visione dell’anteprima, abbiamo scritto alla redazione segnalando che riteniamo assolutamente inopportuna la spettacolarizzazione di un business che autorizza perlopiù la polverizzazione di una catena montuosa di inestimabile valore. Sono fatti e numeri a documentare il disastro in corso: ogni anno vengono estratte circa 4 milioni di tonnellate di montagna, fino al 90% del materiale estratto è scarto.

E’ alquanto poco rispettosa, nei confronti degli abitanti del territorio e non solo, la spettacolarizzazione del lavoro estrattivo a fronte degli impatti disastrosi sul territorio Apuano, interessato da dissesto idrogeologico dovuto anche all’escavazione (si sono verificati 8 alluvioni in 20 anni a Carrara), inquinamento per scarti di cava (ogni anno insieme a oli esausti e idrocarburi viene sversata polvere di marmo che cementifica gli alvei fluviali) e danni ambientali (circa venti specie endemiche floristiche e faunistiche apuane sono a rischio).

La montagna, oggetto del documentario, viene devastata ogni giorno e finisce nel mercato del carbonato di calcio impiegato per il settore edilizio, per le industrie farmaceutiche e cosmetiche. L’80% del marmo bianco estratto nelle Apuane fa questa fine, il 19,5% è impiegato per arredi e rivestimenti mentre l’arte pesa lo 0,5% delle estrazioni. Aggiungiamo che ad oggi solo il 15% delle cave è in possesso delle certificazioni ambientali: come documentano i database ufficiali di Ispra e Accredia solo 11 cave su 73 sono registrate Emas o certificate Iso 14001. Certificazioni oltretutto inefficaci che non mirano alla tutela delle acque superficiali e sotterranee.

Ogni anno nelle cave di marmo muore in media una persona. Ci sono stati 12 incidenti mortali negli ultimi tredici anni, 1206 feriti. A fronte di un incidente mortale verificatosi lo scorso 28 ottobre in una cava sul monte Corchia (Comune di Stazzema) riteniamo ancora più inopportuna la messa in onda del programma “Uomini di pietra”, pericolosamente vicino ad un’apologia della devastazione.

SE NON SARÀ CORTEO NAZIONALE SARÀ MOBILITAZIONE INTERGALATTICA


Non rinunciamo alla mobilitazione del 24 Ottobre. Il Corteo Nazionale? Solo rimandato. Nel frattempo la nostra mobilitazione sarà intergalattica
!

Dopo un lungo confronto, durato ormai da molti giorni, abbiamo preso delle decisioni sulle modalità del 24 ottobre che ci permettono di non rinunciare ad una presenza fisica ma che contemporaneamente tengono al centro la tutela di tutti e tutte in questo difficile momento. Con un po’ di ironia, vogliamo comunicare che non ci fermeremo, che anzi, più ci si presenteranno difficoltà, più lanceremo il cuore oltre l’ostacolo, forti della convinzione che le nostre ragioni, il nostro amore per la terra che abitiamo, siano giuste e meritino attenzione e responsabilità.

Scarica il materiale grafico della mobilitazione

La data del 24, per la quale abbiamo lavorato duramente e ricevuto centinaia di adesioni da tutta Italia, resta una giornata di mobilitazione, da oggi pronta ad uscire dai confini nazionali – tutto il materiale è stato tradotto in inglese – per affiancarsi a tutte le comunità in lotta per la salvaguardia della vita e del territorio in tutto il mondo, e anche, se ce ne fossero, nella galassia. Invieremo messaggi in tutto il mondo chiedendo solidarietà e azioni di supporto dislocate e contestualizzate nei vari territori, sotto l’hashtag #FermiamoLaDevastazione. Invitiamo pertanto tutti e tutte a condividere contenuti in solidarietà (video, foto, disegni, poesie, qualsiasi cosa) utilizzando gli hashtag #FermiamoLaDevastazione #Athamanta #AlpiApuane #Alvorèdurata. Inoltre sarà possibile partecipare al tweetstorm previsto a partire dalle ore 14: segui il profilo @athamanta1 su twitter, attendi il primo tweet alle 14 del 24 e rilancia il più possibile l’hashtag che ne uscirà.

Chiamiamo tutta la cittadinanza a partecipare al primo grande flash mob intergalattico della storia apuana, organizzato per Sabato 24 Ottobre, alle ore 15.30, in P.zza Alberica. Alla luce della situazione generale e con la massima attenzione per la salute di tutti e tutte, abbiamo progettato un’azione che permetterà di tenerci unit* nel ribadire la necessità di Fermare la devastazione, mettendo la cura al centro della nostra azione. La Piazza sarà organizzata in modo tale da garantire 2 metri di distanza tra ogni partecipantee tutt* i/le partecipanti dovranno indossare la mascherina.

Per essere parte della meravigliosa coreografia che abbiamo immaginato basteranno due semplicissime cose: portare con sé un ombrello, il più grande che avete, e comunicarci al più presto la vostra presenza alla mail athamanta.ms@gmail.com, così da permetterci di organizzare il tutto con la massima precisione possibile! Ogni persona iscritta riceverà tutte le informazioni necessarie alla partecipazione. Il tutto sarà riproposto in diretta su tutte le galassie.

Inoltre, nella mattina del 24 Ottobre, alle 8.30, con partenza dal Piazzale dell’Uccelliera, ci sarà una “Camminata contro la devastazione” sulle nostre montagne. Difficoltà della camminata: medio/bassa, durata: 2-3 ore, saranno necessari scarpe e abbigliamento adatto all’ambiente montano!

Soltanto unit* abbelliremo l’universo!

La contrapposizione non è tra ambiente e lavoro ma tra capitale e vita.

La contrapposizione #lavoro e #ambiente non esiste, bensì esiste una contrapposizione vera e netta tra #capitale e #vita che impedisce a tutti e tutte di essere, vivere e lavorare su questo territorio.

È importante dirsi chiaramente che la contrapposizione costruita in queste settimane, ma non solo, in questi decenni, che vede lavoratori e ambientalisti su due fronti differenti non ha senso di esistere ed è giunto il momento di porvi fine. L’ambientalismo non è contro il lavoro, bensì lotta per il presente e per il futuro di tutti e tutte: abitanti, comunità, lavoratrici e lavoratori inclusi.

Il disastro ambientale inflitto alle Alpi Apuane non è isolato: si inscrive nella cornice delle economie di rapina che spogliano i territori delle loro ricchezze, trasformate in profitto per pochissimi, lasciando alla comunità e all’ambiente solo distruzione, precarietà e impoverimento culturale ed economico. Dobbiamo fermare insieme la devastazione del nostro territorio che si ripercuote anche nel mondo del lavoro attraverso il precariato, il ricatto occupazionale e la monocultura del marmo, opponendo criminosamente il lavoro alla salute e all’ambiente, in un territorio che è così divenuto il più povero dell’intera regione e quello con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.

L’unica vera contrapposizione ad oggi esistente è tra chi viene sfruttato e chi sfrutta, tra chi fomenta delle narrazioni brutali e anti-umane e chi invece cerca il dialogo intorno ad argomenti e problematiche che vanno oltretutto ben oltre noi che oggi viviamo in questo territorio. In sintesi l’unica vera contrapposizione è tra capitale e vita. Che futuro stiamo lasciando alle generazioni a venire? Dobbiamo rivendicare insieme il diritto ad un lavoro sicuro, etico, senza rischi per la salute, per la vita delle persone e dell’ambiente, che sia equamente retribuito per tutti e tutte. I dati a disposizione parlano chiaro: solo l’1% della popolazione provinciale lavora in cava, mentre 4 milioni di tonnellate vengono estratte ogni anno dalle Apuane; questo sistema causa un incidente mortale in media ogni anno, a cui si aggiungono gli innumerevoli infortuni, spesso nascosti a causa del ricatto in atto.

Scarica e stampa il volantino

Abbiamo tutti e tutte il compito di fermare la trasformazione del nostro territorio in distretto minerario, la bieca predazione, la privatizzazione e la mercificazione dei beni comuni. Abbiamo il diritto ad un ambiente sano, pulito, sicuro e prospero per tutti e tutte, oggi e per le comunità future. Non dobbiamo permettere che questo diritto possa essere messo in contrapposizione al diritto a lavorare e ad avere un reddito e dobbiamo farlo insieme, ambientalisti e lavoratori. Non siamo assolutamente contro i lavoratori del settore marmo. Proprio come i lavoratori, siamo vittime di questo sistema che continuamente mette in contrapposizione il diritto a lavorare e ad avere un reddito e quello a vivere in salute.

È fondamentale capire che soltanto unit* costruiremo un mondo migliore.

In alcun modo vogliamo alimentare quella narrazione prodotta dagli industriali del marmo che cerca di creare uno scontro tra le vittime di questo sistema con il solo scopo di difendere i propri profitti a scapito della comunità.

CAUSA DEL NOSTRO MALE

Riflessione sulla crisi pandemica in atto

Dobbiamo uscire dall’ingiusta dicotomia ambiente e salute vs lavoro e riflettere su qualcosa che riguarda tutti e tutte.

La fase che stiamo attraversando esige l’assunzione di responsabilità e la presa di coscienza del fatto che crisi pandemica ed ecologica sono radicalmente connesse. Anche se media, industria e politica lo trascurano, nonostante le raccomandazioni della comunità scientifica, è fondamentale comprendere che queste crisi hanno origini storiche, sociali, politiche ed economiche ben precise che spiegano di cosa ci stiamo ammalando.

L’attuale modello socio-economico di produzione e consumo sta distruggendo interi ecosistemi. La distruzione degli habitat animali e la deforestazione sono tra le prime cause dei salti di specie (spillover) che i virus come il SARS-COV2, hanno compiuto. L’agroindustria sta impoverendo la Terra e il riscaldamento globale ha prodotto conseguenze catastrofiche. L’inquinamento è causa di milioni di morti all’anno aumentando incidenza tumorale e malattie croniche cardiopolmonari.

La crisi sanitaria colpisce a livelli differenziati: i più poveri, i più deboli, i lavoratori e le lavoratrici dei settori c.d. “strategici” come la produzione di armi. La crisi sanitaria colpisce chi non può permettersi di fermarsi, tutelarsi e curarsi. Dobbiamo dirci che, oltre a distruggere l’ambiente, questo modello socio-economico sta distruggendo l’umanità stessa, a partire dai più deboli: un vero suicidio ecologico. Abbiamo a disposizione tutte le evidenze, i dati tecnici e scientifici, per individuare la causa di questo nostro male.

Vogliamo aprire una riflessione ampia sul concetto di cura intesa come capacità di comprendere il legame tra la nostra salute e quella dei territori e degli ambienti sociali in cui viviamo. Dobbiamo sottrarci alla logica dell’emergenza che impedisce di guardare il presente con lucidità, abbandonare il binomio <<produci-consuma>> e mettere al centro le relazioni di cura investendo tempo, spazio ed attenzione nella rigenerazione della vita in tutte le sue forme. Invertendo le priorità si potranno costruire dei percorsi di cura del territorio e delle persone che lo abitano: rivendicare il diritto all’aria pulita, al cibo sano, ad acque che non ammalino e non uccidano le forme di vita. Cura in opposizione ad ogni relazione di potere e sfruttamento della terra, dei corpi, del lavoro e dei territori, denunciando con forza chi dallo sfruttamento trae profitto e individuando con chiarezza i responsabili che tras-curano la salute e la sicurezza della comunità.

Sarà fondamentale mobilitarsi anche nei mesi a venire perché solo una rete di relazioni di cura, capace di tenere insieme persone e territorio, può invertire la rotta e FERMARE LA DEVASTAZIONE.